Governo, siamo al paradosso che l’unica opposizione a meloni la fanno gli alleati e non gli sconfitti: Salvini e Tajani riescono a strappare una piccola miglioria all’infamia sulle pensioni presentata nella manovra

Gli alleati si impuntano e la manovra cambia. Ma Meloni giura sintonia con Salvini e Tajani

Il leghista all’incasso: quota 104 è tornata a 103, almeno per tutto il prossimo anno
Bruxelles, primo pomeriggio. Giorgia Meloni convoca il classico punto stampa per commentare i lavori del Consiglio europeo e assicura che la legge di bilancio è fatta: «Il Mef la ha appena inviata a palazzo Chigi ma io sono qui e non ho potuto vederla ancora». Roma, metà mattinata. Salvini è sorridente ed è ben lieto di spiegarne le ragioni: «In nottata abbiamo chiuso la legge di bilancio. Ho dormito un po’ meno». Roma, tarda mattinata. Antonio Tajani appare meno soddisfatto: «Non abbiamo ancora finito». Basta e avanza per afferrare il senso della situazione. La manovra è povera e in larghissima misura ipotecata dalle misure irrinunciabili, la conferma del taglio del cuneo fiscale, le spese militari, il rinnovo del contratto della Pa. Intorno al pochissimo che resta è in corso un agguerrito carosello che ha per posta in gioco non misure davvero incisive per la vita reale e materiale dei governati ma la possibilità di cantar vittoria e far bella figura dei governanti.

Sempre da Bruxelles la premier infrange una sorta di protocollo informale e apostrofa direttamente un cronista tacciandolo di aver scritto una notizia destituita di ogni fondamento: «Una cosa è raccontare le cose che succedono, altra cercare di farle succedere. Quello è un altro lavoro». La notizia “falsa” sarebbe una presunta sfuriata della stessa premier ai danni di uno dei suoi due vice, quello leghista. «La mattina con Salvini e Tajani ci sentiamo, commentiamo i giornali e confesso che ci facciamo parecchie risate».

Regna l’armonia. La concordia tra Meloni e Salvini ieri c’era davvero. Merito di alcuni passi indietro del governo che spiegano appunto il sorrisone del leader leghista. Già giovedì sera la premier aveva ufficialmente smentito che nella legge ci fosse il passaggio contro il quale poche ore prima avevano tuonato sia Salvini che Tajani, la possibilità per l’Agenzia delle entrate di irrompere nei conti correnti per pignorare, se del caso, le somme non pagate al fisco. «Quella norma non c’è mai stata», ha ripetuto ieri la premier. Solo che i due furibondi leader sono i numeri due del governo ed è un po’ difficile credere che abbiano sparato a zero contro una norma senza nemmeno informarsi se c’era davvero. Nel caso ci sarebbe da ridere e anche da piangere.

L’incasso del leghista non si è fermato qui. Quota 104 è tornata a 103, almeno per tutto il prossimo anno. Con paletti e restrizioni, senza poter superare una somma pari a quattro volte la pensione minima, dunque non più di 2250 euro, ma del resto le strettoie pensate per disincentivare il pensionamento anticipato fioccavano anche nella versione quota 104 e il successo d’immagine di Salvini è indiscutibile. Non si può dire altrettanto a proposito di Tajani e questo spiega la sua versione dello stato della legge di bilancio, opposta a quella diffusa dai colleghi. Non ha ottenuto niente e qualcosa, la cancellazione della cedolare secca oppure l’alleggerimento della tassa sugli affitti brevi è deciso a ottenerla e poco male se la legge è già stata inviata dal Mef. Si può sempre lavorare di bianchetto oppure di emendamenti, anche se ci si era impegnati a non emendare. Una soluzione si troverà perché la priorità per Giorgia Meloni, oggi, è dare un’immagine di assoluta compattezza del governo. Lo ha ripetuto ieri: la forza e la capacità dei governi si misurano «dalla rapidità con qui trovano soluzioni», cioè dalla capacità di trovare la quadra presto. E se non la si trova bisogna fingere che lo si sia fatto perché il governo oggi non può permettersi tensioni visibili e conclamate. Non può perché lederebbe la sua popolarità in patria, certo, ma questo è il meno. Soprattutto non può perché mostrare crepe significherebbe affrontare in posizione di assoluta debolezza la trattativa davvero tosta, cioè quella con l’Europa.

Nel punto stampa di ieri, Meloni ha dato una sola notizia vera, a proposito proprio di quel che né il Consiglio e neppure, stando alle assicurazioni della premier, l’Eurosummit hanno discusso: la ratifica del Mes. La pressione e l’impazienza dell’Europa erano comunque già state esplicitate dal presidente dell’Eurogruppo Donohoe nella lettera al presidente del Consiglio europeo Michel. Ma Roma risponde picche: «Sapete come la penso ma anche chi vorrebbe addirittura accedere subito al Mes non può non capire che decidere ora, senza sapere qual è il contesto, cioè senza che siano state definite le nuove regole del patto di stabilità non si può fare». Tutto, anche la ratifica o meno del Mes, dipende da quel passaggio, al centro anche del colloquio tra Meloni e la presidente di Bce Lagarde. È una partita durissima in cui l’intero governo si gioca moltissimo. Di fronte a una simile contingenza mostrarsi divisi è fuori discussione. Anche quando lo si è davvero.

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