“Lascio l’Italia, me ne vado in Svizzera” Francesco Facchinetti, decisione drastica: oramai la nostra nazione ha un problema gravissimo di sicurezza

di Daniele Priori per Libero

Francesco Facchinetti, professioni mille. Talento: nessuno, per sua stessa ammissione. Tormento ne: uno, La canzone del capitano che l’anno prossimo compirà vent’anni e si canta ancora, pure per le strade di Madrid, dove Facchinetti sta promuovendo Rocco Hunt, uno degli artisti di cui è manager. L’intervista a passeggio si apre incappando in un gruppo di ragazzi italiani in tenuta da addio al celibato che salutano l’ex Dj Francesco proprio intonando a gran voce la sua hit di inizio millennio.

Dall’isola che non c’è di Capitan Uncino alla realtà aumentata sul Metaverso.
In vent’ anni di strada ne ha fatta…

«L’unico talento che mi riconosco è quello di avere uno sguardo curioso e analitico, capace di intuire dove andrà il mondo nel prossimo futuro. Pensi che col Metaverso sono entrato in contatto la prima volta oltre due anni fa, quando mi contattarono da The Sand Box, divenuto oggi il Metaverso più importante che c’è. Mi chiamarono per chiedermi se avessi voglia di creare una città dove gli artisti coi quali lavoro e non, potevano avere un loro spazio, fare le loro esibizioni. Dissi che non ero interessato. Li richiamai dopo due mesi, visto il successo che aveva avuto con loro Snoop Dogg, ma non mi risposero più».

Cos’ è la storia che ha deciso di mettersi a fare pure il mediatore di pace?
«Ma no. Non scherziamo. La geopolitica non mi compete. Però assieme alle persone che lavorano con me nella società Outatime – che prende il nome dalla targa della macchina del film Ritorno al futuro – abbiamo avuto un’idea: realizzare nel Metaverso una safe room personalizzabile dagli utenti, ad esempio i membri dei cda di grandi aziende, che coi loro avatar potranno entrare e parlare di tutto in maniera realmente sicura, come non sono le piattaforme andate per la maggiore durante la pandemia: Zoom, Meet o anche Whatsapp. L’obiettivo è questo. Ne abbiamo dato notizia puntando sulla possibilità di creare le condizioni affinché possa ristabilirsi la pace nel contesto geopolitico mondiale anche attraverso questo nuovo strumento. Anche se detta così può sembrare una boutade, la Stanza della Pace ha avuto autorevoli feedback positivi».

Vabbè, insomma non farà il mediatore di pace ma l’albergatore virtuale. Se però dovesse entrare lei in quella stanza, o meglio il suo avatar, che cosa cosa farebbe?
«La mia idea è l’idea di tanti. Chiederei in ginocchio di smetterla con questa guerra. Forse è un pensiero un po’ basico ma questo è il messaggio che darei ai due. Ovviamente sappiamo tutti com’ è iniziata, quindi forse dovrei rivolgermi più a Putin che a Zelensky…».

Però mi consenta, a parte questa suggestione pacifista, sul tema della sicurezza lei negli anni si è distinto spesso per le sue idee da sceriffo. Ci spieghi un po’…
«Questo è un tema che mi fa incazzare perché mi ha costretto a prendere una decisione dolorosa…».

Quale decisione?
«Quella di lasciare Mariano Comense. Il paese mio e della mia famiglia dove abbiamo vissuto per generazioni, dove la mia famiglia di origini contadine ha le sue radici e i suoi terreni, dove io ho deciso, facendo pure sacrifici, di far crescere e vivere i miei figli. Ma ormai nel nord Italia abbiamo un problema gravissimo di sicurezza.
Anche io ho commesso degli errori. Ho raccontato la mia vita sui social network in maniera sbagliata. Ma quando ti rendi conto che ti entrano in casa e vedi la vita dei tuoi figli, di tuo padre a rischio, fa troppo male».

Cosa intende fare?
«Quello che sto facendo. I miei figli studiano già in Svizzera. Mia moglie ha sempre sognato di vivere lì».

Dopo le rapine subite e raccontate dalla sua famiglia l’hanno accusata di essere a favore delle armi libere. È vero?
«In Italia non si ha il coraggio di dire la verità. Il mio primo pensiero è quello di sentirmi sicuro in un Paese che ha il 60% di pressione fiscale. Se non mi sento sicuro lo Stato deve mettermi nella condizione di difendermi. La difesa non è solo sparare. Anche qua c’è solo propaganda politica. Prendano a modello New York nell’era del sindaco Rudy Giuliani. Si ricominci dal decoro urbano. Una città più sporca porta a delinquere. Cominciamo a tenere le città pulite e diamo la possibilità a chi detiene l’ordine di mantenerlo davvero con leggi adeguate che garantiscano anche una pena certa per chi sbaglia».

Per l’Italia insomma non vede proprio speranze?
«Siamo un Paese ingovernabile. Si fa solo propaganda politica su tutto. Dalla sicurezza alla pandemia. Ora la destra ha il dovere di governare. Faccia vedere cosa è in grado di fare. Guardi, io ho idee più di sinistra ma sentire Letta che dice “votate me per non far vincere quegli altri” e si mette anche a twittare sui rave è fuori dal mondo.
La sinistra deve smetterla di fare antipolitica».

Ha mai pensato di scendere in politica?
«No. Perché per fare politica serve una vocazione. Quando penso ai politici ho in mente modelli come Lincoln, Churchill, Kennedy, Pertini. Ma anche tra i nostri politici italiani di oggi ci sono persone valide. Penso la Meloni lo sia, Renzi da sindaco di Firenze ha fatto un buon primo step. Lo stesso Salvini che viene anche lui dai consigli comunali. Io guardo e ogni tanto dico la mia».

Oggi si parla molto di merito. Lei, però, è diventato famoso come figlio dei Pooh.
«Io le dico con sincerità che diffido dei figli d’arte che dichiarano di non aver tratto benefici dall’essere figli di genitori famosi. Quanto a me, a Sanremo ho fatto disastri, a cantare sono una mezza frana ma a mio padre, che non mi ha mai giudicato, devo tutto. In particolare l’avermi messo a disposizione la sua esperienza e avermi insegnato quali sono le dinamiche nel mondo musicale, indottrinandomi su come si può sviluppare un progetto e come si deve vivere nel mondo artistico. Se oggi ho l’agenzia di management più grossa di questo paese e rappresento quasi 100 tra artisti e sportivi, è fondamentalmente perché a 32 anni, quando ho iniziato a fare questo centesimo lavoro, conoscevo già tutto ciò che serve tra arte e business. A 42 anni posso dire di essere un veterano che da cinque anni si sta espandendo anche all’estero.
Detto ciò, non mi sono mai sentito un cantante, un presentatore, uno di talento. Mai. Mi sono sentito più una pecora nera. Non ho mai preteso di arrivare primo. Sono solo un uomo metà bergamasco, metà brianzolo molto pragmatico e preciso, anche se sembro incasinato. Questo mi ha dato il vantaggio di trovare le metriche per poter lavorare e fare cose in grande prima di altri».

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