“Componenti prodotti da schiavi” Migliaia di Audi, Bentley e Porsche risultano bloccate in alcuni porti a causa di alcune parti realizzate in zone della Cina dove si impiegano lavoratori forzati

Migliaia di vetture dei marchi Audi, Bentley e Porsche risultano bloccate in alcuni porti degli Stati Uniti. Secondo il Financial Times, la causa sarebbe legata alla scoperta al loro interno di “componentistica prodotta in Cina in violazione delle leggi statunitensi contro lo schiavismo”. Nello specifico, la testata britannica parla di almeno mille Porsche, alcune centinaia di Bentley e diverse migliaia di Audi ferme negli scali.

Stop alle consegne. In particolare, il gruppo Volkswagen avrebbe deciso di bloccare le consegne dei veicoli dopo aver individuato una componente sospetta acquistata non direttamente, bensì da un fornitore. Sarebbe stato proprio quest’ultimo ad accorgersi dell’inconveniente e ad allertare il costruttore di Wolfsburg che, a sua volta, avrebbe avvisato le autorità locali verso metà gennaio e quindi deciso di fermare le auto. Una volta ottenute tutte le autorizzazioni, il gruppo ha avviato le procedure per sostituire “un piccolo componente elettronico di una unità di controllo” ma, intanto, si sarebbe trovato nella necessità di interrompere le consegne delle vetture per tutti i mesi di febbraio e marzo, anche perché, in alcuni casi, gli interventi dei meccanici richiedono diverse ore.

La situazione dello Xinjiang. Il Financial Times scrive di un dispositivo prodotto in una fabbrica della Cina occidentale: molto probabilmente si tratta di un componente assemblato nello Xinjiang, una regione autonoma finita più volte nelle cronache internazionali per gli abusi condotti dalle autorità di Pechino ai danni della minoranza etnica uigura. La stessa Volkswagen è da anni interessata da continue critiche per la violazione dei diritti umani in una fabbrica gestita con la Saic a Urumqi: i vertici aziendali hanno sempre respinto le accuse di lavoro forzato, ma sono sempre più in difficoltà nel giustificare la presenza in un’area controversa e problematica per le relazioni internazionali della Cina. Non a caso, circolano indiscrezioni su trattative in corso con la Saic per valutare delle modifiche all’attuale partnership nella regione e risolvere una volta per tutte una situazione fonte di non pochi problemi per la reputazione dei tedeschi tra i grandi investitori, soprattutto statunitensi.

Le leggi Usa. Gli Stati Uniti, per quanto stiano tentando di normalizzare le relazioni con Pechino dopo un periodo burrascoso, hanno specifiche leggi che proibiscono l’importazione di prodotti frutto del lavoro forzato di operai uiguri o di altre aree cinesi finite al centro di report pubblicati da organizzazioni internazionali o altri autori per sollevare il tema delle violazioni dei diritti umani. Nel 2019 ha fatto scalpore la pubblicazione di un libro di un attivista cinese, Han Lianchao, che ha quantificato in almeno 500 mila gli uiguri imprigionati in decine di carceri e obbligati a lavorare nella produzione di diversi beni, soprattutto tessili. Han ha scritto di milioni di persone sottoposte, in un modo o in un altro, a lavori forzati in tutta la regione dello Xinjiang. Le accuse mosse contro Pechino hanno quindi spinto il Congresso ad approvare quasi all’unanimità e a emanare il Uyghur Forced Labor Prevention Act. Volkswagen ha risposto al Financial Times, sottolineando di “prendere molto sul serio le accuse di violazioni dei diritti umani, sia all’interno dell’azienda che nella catena di approvvigionamento”, comprese “eventuali accuse di lavoro forzato. Non appena abbiamo ricevuto informazioni sulle accuse riguardanti uno dei nostri subfornitori, abbiamo indagato sulla questione. Chiariremo i fatti e poi adotteremo le misure appropriate”. Tra queste, la possibile chiusura di tutti i legami contrattuali in caso di conferma di “gravi violazioni”.

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